C’è una differenza enorme tra incoraggiare un concorrente e aiutarlo davvero a crescere. Il terzo Live di X Factor 2026, trasmesso giovedì 5 novembre su Sky Uno e NOW, ci ha lasciato soprattutto questa impressione: i giudici sono stati troppo buonisti. Complimenti, applausi, parole rassicuranti anche davanti a prove con limiti piuttosto evidenti. Intanto il pubblico ha fatto la sua scelta: Lenanie è stato eliminato dopo il ballottaggio con Manu. Una decisione che, per quanto dispiaccia sul piano umano, non ci sorprende.
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La Jukebox Night: grandi classici e undici concorrenti sotto esame
La puntata, condotta da Giorgia, è stata costruita come un viaggio nei grandi brani degli anni Sessanta e Settanta. Un tema affascinante, ma anche una trappola: quando si affrontano canzoni che hanno fatto la storia, il confronto con l’originale è inevitabile. Non basta rispettare la melodia. Bisogna trovare un motivo personale per cantarle oggi. Le due manche hanno mandato al ballottaggio Lenanie e Manu; ospite della serata è stato Fulminacci, con un medley di Insieme a te non ci sto più e Stupida sfortuna.
Lenanie eliminato: la sensibilità non è bastata a nascondere i limiti vocali
A Lenanie, Irama aveva assegnato Ma il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano. L’intenzione era chiara: alleggerire un interprete che nelle puntate precedenti aveva mostrato soprattutto un lato malinconico e tormentato. Ma proprio questa veste più aperta ha messo in evidenza ciò che prima poteva restare in secondo piano: insicurezze nell’intonazione, controllo vocale discontinuo e una difficoltà a sostenere il brano senza appoggiarsi interamente all’emotività.
Lo diciamo senza togliere nulla alla sua sensibilità. Lenanie sembrava un ragazzo capace di sentire profondamente ciò che cantava. Ma il sentimento, da solo, non garantisce una buona interpretazione. Ci vuole uno strumento vocale abbastanza solido da trasformarlo in musica. Nel secondo Live era già arrivato al ballottaggio contro Veronica; questa volta, ascoltandolo, abbiamo avuto la sensazione che l’eliminazione fosse nell’aria. E il pubblico, forse, non è riuscito a entrare davvero nel suo mondo.
Al ballottaggio ha scelto Non mi avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro, una canzone impegnativa anche per la forza del messaggio. Ha cercato di affidarsi ancora una volta all’intensità, ma le fragilità vocali sono rimaste. Manu ha risposto con Devastante di Olly, senza essere impeccabile a sua volta. Irama ha votato per eliminare Manu, mentre Paola Iezzi, Jake La Furia e Francesco Gabbani hanno scelto Lenanie: tre voti contro uno, senza ricorrere al Tilt. Gabbani ha riconosciuto apertamente una maggiore debolezza in Lenanie. Un giudizio che avremmo voluto sentire con la stessa chiarezza anche durante la gara.
Giudici troppo buonisti: i complimenti non possono sostituire le critiche
È questo il punto sul quale vogliamo soffermarci. Francesco Gabbani, Paola Iezzi, Irama e Jake La Furia hanno spesso preferito valorizzare l’intenzione, il coraggio, la presenza scenica o la crescita personale dei ragazzi. Tutte qualità importanti, certo. Ma un talent musicale deve anche saper distinguere tra un’esibizione riuscita e una soltanto promettente.
Non diciamo che siano mancate del tutto le osservazioni tecniche: Gabbani ha fatto notare i problemi d’intonazione di Lenanie, Jake ha espresso dubbi sulla collocazione artistica di Manu e qualche confronto si è acceso. Tuttavia, il tono generale ci è sembrato eccessivamente accomodante. Troppe volte un errore veniva subito compensato da tre complimenti. Come se dire a un cantante che una nota è sbagliata o che un’interpretazione non arriva significasse ferirlo.
È vero il contrario. Una critica motivata è una forma di rispetto, soprattutto quando in gioco c’è la possibilità di costruire una carriera. Il pubblico ascolta, confronta, sceglie. E quando sente una distanza fra ciò che è successo sul palco e i giudizi entusiastici della giuria, finisce per fidarsi meno dei giudici e più delle proprie orecchie.
Patrizia emoziona con Modugno, ma non basta una standing ovation per parlare di perfezione
Fra i momenti più forti della serata c’è stata Patrizia con Tu sì ‘na cosa grande di Domenico Modugno. La sua voce ha riempito il palco nonostante i problemi avuti in settimana. La standing ovation è stata meritata per trasporto e intensità, e si sente che il repertorio napoletano le appartiene. Proprio per questo, però, vorremmo vederla andare oltre la dimostrazione di potenza: la vera grandezza sarà trovare una canzone originale in cui quella voce racconti qualcosa che appartenga soltanto a lei.
Teo Bok e Alex Fontana: due modi diversi di convincere
Teo Bok ha affrontato Have You Ever Seen the Rain? dei Creedence Clearwater Revival, iniziando con la chitarra e chiudendo sotto una pioggia scenica. Rispetto alle esibizioni precedenti, più cariche di elementi e movimenti, questa volta ha cercato un’emozione più diretta. Ci è sembrato un passo nella direzione giusta. Resta da capire quanto quella pulizia esecutiva possa trasformarsi in una voce personale, riconoscibile anche senza un grande allestimento.
Alex Fontana, con Nights in White Satin dei Moody Blues, ha scelto una strada più coerente con la propria sensibilità. Un’esibizione intensa, con un mondo sonoro definito, che lo conferma fra i concorrenti più interessanti. Qualcuno vorrebbe vederlo cambiare stile, ma siamo sicuri che sia necessario? Un cantante non deve dimostrare di saper essere chiunque: deve diventare qualcuno. E Alex, almeno per ora, sembra avere una direzione.
Camilla, Alìa e Giacomo Calò: talento, ma non tutto convince
camilla ha aperto la gara con Be My Baby delle Ronettes, offrendo una prova ordinata, gradevole e ben inserita nell’atmosfera vintage della serata. È una concorrente capace di costruire un’immagine scenica credibile, ma vorremmo sentire più carattere e meno attenzione alla confezione.
ALÌA ha interpretato Mamma Mia degli ABBA con energia, ma ha dimenticato gli auricolari in-ear, rendendo più difficile seguire il tempo musicale. È un imprevisto che può capitare, ma in un Live anche la preparazione tecnica fa parte della prestazione. La sua personalità si vede; la precisione dovrà accompagnarla.
Giacomo Calò ha scelto All by Myself di Eric Carmen, mettendo in mostra una voce importante e un grande coinvolgimento emotivo. Eppure, a tratti, ci è sembrato più concentrato sulla forza del canto che sulle sfumature. Le note alte possono impressionare, ma non sempre emozionano più di una frase cantata sottovoce. È un equilibrio che deve ancora trovare.
Le band: Scraffs, Mad-Dog e Le Distanze tra energia e identità
Gli Scraffs si sono lanciati in God Save the Queen dei Sex Pistols, ritrovando una dimensione punk più naturale dopo le perplessità della settimana precedente. La rabbia e l’energia ci sono, ma non vorremmo che diventassero una formula prevedibile.
I Mad-Dog, con Rebel Rebel di David Bowie, hanno puntato sul glam rock e su una presenza scenica più sensuale. Funzionano come gruppo, e il loro affiatamento è evidente. Tuttavia, resta la domanda più importante: quale sarà il loro suono quando smetteranno di reinterpretare canzoni altrui?
Le Distanze hanno affrontato Another Brick in the Wall, Part 2 dei Pink Floyd con una costruzione scenica teatrale. È una band che non passa inosservata, e questo conta. Ma il rischio è affidare al concept e all’immagine una parte del lavoro che dovrebbe fare la musica. La personalità visiva è un vantaggio soltanto quando sostiene quella sonora.
Manu salvo, ma Jake solleva una domanda importante
Prima del ballottaggio, Manu aveva interpretato Mi ritorni in mente di Lucio Battisti. Una prova elegante, apprezzata da diversi osservatori, che però non ha impedito al cantante di finire fra i meno votati. Jake La Furia ha espresso un dubbio sulla sua collocazione artistica, mentre Paola Iezzi ha difeso il percorso nel pop italiano. Noi crediamo che la domanda sia legittima: essere un buon interprete non significa automaticamente avere già un’identità discografica. Manu è rimasto in gara; ora deve dimostrare perché il pubblico dovrebbe scegliere proprio lui.
Fulminacci ospite: quando la personalità musicale è già riconoscibile
La presenza di Fulminacci, che ha cantato un medley di Insieme a te non ci sto più e Stupida sfortuna, ci ha ricordato quanto sia importante avere un linguaggio proprio. Il cantautore non ha bisogno di trasformarsi ogni settimana per dimostrare versatilità: il suo modo di stare dentro una canzone è già una firma. È la differenza tra affrontare una prova e portare avanti un progetto artistico.
La prossima puntata sarà decisiva: tre eliminazioni in una sola sera
A fine serata Giorgia ha annunciato una novità importante: nel quarto Live ci saranno tre eliminazioni, una formula inedita per il programma. La competizione si farà improvvisamente più dura e i concorrenti non potranno più permettersi troppe prove interlocutorie. Chi ha una direzione chiara potrebbe trarne vantaggio; chi vive ancora di tentativi rischia di pagare il prezzo più alto. Fanpage
La nostra conclusione: basta complimentoni, serve dire la verità
Dopo tre Live, la sensazione è che X Factor 2026 abbia diversi talenti interessanti, ma pochi artisti già pronti a lasciare un segno fuori dal programma. L’eliminazione di Lenanie non è una bocciatura della sua sensibilità: è la dimostrazione che la sensibilità deve trovare una voce capace di sostenerla. E i giudici hanno una responsabilità precisa: non limitarsi a proteggere i propri concorrenti, ma aiutarli a capire che cosa funziona e che cosa no.
Vorremmo meno complimenti automatici e più giudizi sinceri. Non per trasformare il talent in un processo, ma perché la musica merita attenzione e onestà. A vincere, secondo noi, non sarà necessariamente il più potente o il più versatile. Sarà chi saprà difendere un genere, una sensibilità, una propria identità e, soprattutto, convincere il pubblico che vale la pena ascoltarlo anche quando le luci di X Factor saranno spente.
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